Serena è una ragazza italiana che ha deciso di partecipare ad un progetto di mobilità internazionale promosso dal Ministero degli Affari Esteri e di trasferirsi a Francoforte per circa 3 mesi. Da questa esperienza, di cui ci parla nell’appassionato resoconto che segue, è nato anche il suo blog 100 giorni a Francoforte.

E’ difficile concentrare tutte le emozioni provate in tre mesi in un racconto sintetico ed efficace, ma ci proverò.

Purtroppo avevo avuto un anno abbastanza difficile a causa di problemi di salute miei e dei miei famigliari, proprio sul finire dell’università, il che mi aveva fatto allungare i tempi e testare un po’ troppo la mia resistenza alle difficoltà. Non ne potevo più di medici, ospedali e brutte notizie, ma al contempo non riuscivo più a progettare niente per il mio futuro, legata com’ero agli esiti delle diagnosi che regolavano la mia vita in quel periodo.

Un’esperienza all’estero era ciò che sognavo da anni ma che continuavo a rimandare, e così, in un periodo di maggior calma, decisi di inoltrare la richiesta per uno stage a Francoforte. Quando due mesi dopo mi giunse l’esito positivo della mia candidatura mi resi conto che la vita aveva deciso di farmi un regalo e ho trattato questa notizia davvero come se fosse un dono. La paura che avevo di allontanarmi, però, non mi ha permesso di vivere i primi tempi lontana da casa come avrei voluto.

Ci tengo a precisare che io lo stage l’ho trovato da casa, che sapevo che fosse una cosa a termine e perfino l’appartamento lo riuscii a trovare da casa. Il che è tutt’altra storia rispetto a chi parte non avendo nulla. La mia in fondo è stata una fantastica “gabbia d’oro” e ho potuto vivere l’esperienza come fosse un mini-Erasmus post-laurea.

All’inizio la città non mi piaceva, trovavo che la gente non avesse un minimo di socialità, i miei stessi coinquilini non mi rivolgevano la parola e vivevano chiusi in stanza, non capivo una parola di tedesco nonostante lo avessi studiato, il tempo era perennemente piovoso e grigio e il cibo andava scelto con cura se non volevo ritrovarmi con 50kg in più in poche settimane. In più, e non credevo potesse succedermi dal primo giorno, la famiglia e gli amici mi mancavano da togliermi l’aria. Mi resi conto che, per quanto sia sempre stata a contatto con persone straniere, per quanto fossi esterofila, per quanto fossi aperta, ero caduta in tutte le “trappole” da italiana all’estero, ma ho anche capito (e tutt’oggi ne sono convinta) che in Italia la qualità della vita del tempo libero e del sapersi godere le cose è infinitamente alta.

Successivamente ho iniziato a conoscere sempre più persone, ad uscire, a scoprire la città e a buttarmi in tutto ciò che offriva. Mi imposi di vedere qualcosa che volevo vedere o fare qualcosa che volevo fare ogni pomeriggio. Ho iniziato a provare diverse varietà di cibo ma cucinavo tassativamente quasi sempre a casa. La città mi iniziava ad apparire sempre più bella e vivibile, ma ciò che ha fatto davvero la differenza sono state le persone che ho conosciuto. Mi sento anche di dire che gli italiani all’estero mediamente sono migliori degli italiani in Italia. Ero veramente felice di stare lì e col sorriso tutti i giorni, tranne quando accompagnavo i famigliari venuti su per un weekend all’aeroporto e, per dirla con una frase azzeccatissima trovata su un blog, “ti rendi conto che la tua vita non vale un cazzo e che vivere all’estero non ha senso”.

Un giorno cercai di immaginarmi dove sarei stata di lì a quattro mesi e mi sono vista in Italia, impiegata in uno stage non pagato in un posto orrendo dell’estrema provincia industriale dove avrebbero cercato di sfruttarmi e dove avrei impiegato quasi due ore ad andare e altrettanto a tornare, tutti i giorni. Così mi sono messa disperatamente a cercare lavoro a Francoforte, rendendomi conto che sarebbe stato molto difficile perché la situazione non è rosea come l’idea che mi ero fatta conoscendo le esperienze degli altri.

Il tedesco bisogna conoscerlo a livello avanzato per poter lavorare, lo stipendio da stagista non si discosta molto da quello italiano, la concorrenza è enorme e devi anche pagare l’assicurazione sanitaria ogni mese. Si è certamente più avvantaggiati se si è ingegneri, se sì è in campo scientifico o universitario o se si lavora in settori specializzati in cui i tedeschi non riescono a coprire i posti esistenti. Un posto come il lavapiatti, il cameriere, il gelataio, il call-center italiano e il tuttofare da Mc Donald’s si dovrebbe trovare con una discreta facilità, ma se si ha una formazione universitaria o si vuole crescere professionalmente in altri settori, bisogna comprendere anche i limiti che queste professioni comportano in termini di tempo, sfruttamento, prospettive future, paghe, per tutto il tempo che passa fino a cui ci si sente abbastanza ferrati con la lingua da poter accedere a lavori più qualificati e meglio pagati. Il che, tra le persone che ho conosciuto, difficilmente è inferiore all’anno e mezzo o due partendo da un livello zero di lingua.

L’ultimo mese di permanenza è volato ma è stato anche il più bello e significativo. Ho fatto diversi colloqui e ricevuto un’offerta di stage, ho fatto e visto più cose dei mesi precedenti e tutto aveva quel sapore triste e sentitissimo da “ultima volta”. L’ultima mezz’ora del mio ultimo giorno di lavoro ho avuto un colpo di fulmine (ricambiato) per un ragazzo che ha incrociato per caso la mia strada. Iniziammo subito a parlare ed io che avevo già capito tutto dal primo sguardo mi ripetevo in continuazione “evita di complicarti la vita, tra una settimana parti, evita, evita, evita”. Ma in certe cose si sa quanto sia bello complicarsi la vita, e il nostro colpo di fulmine ha fatto il suo corso

Ora sono tornata nella mia città da un mesetto, continuo a cercare lavoro in Germania ma più blandamente di prima, e mi sono resa conto che da qui le cose sono più difficili. So che lì sono stata felice e voglio un ideale di vita futura che, quantomeno, gli somigli. So che non voglio accontentarmi. So che se devo lasciare gli affetti, voglio farlo per qualcosa per cui valga la pena, perché ad oggi non credo che un lavoro che ti permetta di sopravvivere riempia tutte le altre mancanze della vita (su questo punto discuto da settimane con famiglia e amici che invece sostengono che è solo il lavoro che fa venire il resto di conseguenza e che si sceglie prima il lavoro, ovunque esso sia, e non prima la città e poi il lavoro). So che se ho solo alcuni anni di autonomia e libertà prima di metter su famiglia o prima che la mia famiglia abbia bisogno tassativamente della mia vicinanza, voglio godermeli come mi pare e dove mi pare; gli altri capiranno. E se non capiranno, pazienza.

E il colpo di fulmine che fine ha fatto? Continua con tutti i suoi limiti. E’ venuto a trovarmi in Italia la settimana scorsa, cerchiamo di sentirci e progettiamo di rivederci, ma lui probabilmente si trasferirà a Dubai, io sono stata in Svizzera in questi giorni e continuo a cercare lavoro all’estero, e nessuno può sapere quali altre strade prenderà il nostro destino e in quali luoghi continuerò a cercare la felicità.

Se la storia di Serena ti è piaciuta, segui le sue “avventure” sul blog 100 giorni a Francoforte